Il cloud pubblico non è morto, anzi. Secondo una previsione di Gartner il comparto dei servizi di cloud pubblico raggiungerà i 257,9 miliardi di dollari nel 2020, con un incremento del 6,3% rispetto al 2019. Ciò in conseguenza del fatto che, sempre secondo Gartner, l’infrastruttura DaaS (Desktop-as-a-Service) crescerà nel 2020 del 95,4%, raggiungendo il valore di 1,2 miliardi di dollari, semplicemente perché è l’ultima arrivata tra le forme as-a-Service.

Le cifre dovrebbero zittire i detrattori del cloud pubblico e confermare l’assunto che ogni ambiente cloud – pubblico, privato, multi, ibrido – ha un suo preciso significato e una sua collocazione all’interno dell’infrastruttura It aziendale. D’altronde, in ogni rappresentazione di ambienti cloud eterogenei, ibridi o multi, il pubblico è ancora parte integrante dell’offerta.

Il contributo che ha dato il cloud pubblico durante i primi mesi di emergenza sanitaria è evidente: ha permesso di mantenere alta la produttività aziendale in situazioni di smartworking con notevole contenimento dei costi. E nel new normal la tendenza non farà che confermarsi.

Questo perché lo smartworking ormai ha preso il volo e gli strumenti applicativi di produttività e collaboration, oltre a quelli di formazione, generalmente poggiano su infrastrutture di cloud pubblico.

Ripassiamo, allora, i pro e i contro del cloud pubblico, per comprendere meglio in quali contesti sia più opportuno. Per un maggiore approfondimento, gli specialisti di Reevo sono a completa disposizione delle aziende.

Innanzitutto, ricordiamo la definizione di cloud pubblico: basato sul modello cloud, il cloud pubblico è un tipo di servizio It in cui il cloud provider fornisce risorse applicative agli utenti via Internet. Microsoft 365 utilizza un cloud pubblico, per fare un esempio banale.

I vantaggi del cloud pubblico

  1. È un cloud. Il primo, evidente, vantaggio è che il cloud pubblico è una forma di cloud. Ovvero, non è necessario che l’azienda si attrezzi con un proprio data center per distribuire i servizi applicativi e lo storage necessari per la produttività.
  2. È scalabile. È un cloud? Allora è anche scalabile. Per sua natura è possibile modulare prestazioni e velocità d’accesso a seconda di come cambiano necessità di business e workload.
  3. È economico. La soluzione in cloud più economica possibile e del tutto pay-as-you-go, paghi solo le risorse che usi, ideale per piccole e medie imprese particolarmente attente al budget. Ma anche per dipartimenti e divisioni aziendali che preferiscono una struttura It distribuita.
  4. È “recuperabile”. Ovvero, la maggioranza dei cloud provider garantisce che i dati siano recuperabili a seguito di un danno o un’intrusione, con i dovuti distinguo, leggi “condivisione di responsabilità”.
  5. È flessibile. Il cliente, o il proprio partner It, è libero di giocare con i carichi di lavoro, alzando o abbassando la leva dei servizi in tempo reale a seconda dell’occorrenza. Variando i costi di conseguenza.

Gli svantaggi del cloud pubblico

  1. La sicurezza. Principale argomento dei detrattori del cloud pubblico è la sicurezza dei dati. In verità non è messa in discussione la sicurezza dei dati ma l’uso sicuro dei dati stessi. Ci si muove su Internet, e questo è un limite, e si viaggia sul filo della responsabilità condivisa. Ciò significa che il cloud provider fa la sua parte in termini di protezione ma l’azienda deve fare la sua, e ciò può non capitare. Questo limite suggerisce di usare diversi cloud per diversi repository di dati.
  2. Il controllo. Abbiamo detto che la formula cloud pubblico è probabilmente la più economica. Ma può diventare un vero salasso. La libertà di alzare o abbassare il livello di servizio comporta una fondamentale attenzione ai costi. Se non si è capaci di monitorarli con i giusti strumenti, è un attimo che il cloud pubblico diventi un salasso. La mancanza di controllo influisce anche nella compliance dei dati: dove sono esattamente?
  3. Il supporto. I maggiori cloud provider possono presentare delle falle nelle attività di supporto, che generalmente sono componente contrattuale a parte. Si potrebbero avere problemi nel porting di alcune applicazioni o nella costruzione della struttura virtuale, e non ricevere risposte esaustive. Per questo conviene farsi seguire da un partner It competente.
  4. La standardizzazione. Il modello di cloud pubblico è standardizzato per definizione. Ciò significa avere difficoltà in caso di personalizzazioni. Infine, altro limite di un modello di servizio di questo tipo è la poca visibilità sul back end: cosa succede ai nostri dati?

E quindi, che si fa? Si sceglie un cloud pubblico, con l’aiuto di un partner It specializzato come Reevo, per determinate esigenze e per determinati set di dati, ben consapevoli dei limiti descritti.